A un certo punto del film, quando agli spettatori sarà già abbastanza chiara la commistione tra ruoli e umori, Lino Banfi (al quale l’età ha donat

A un certo punto del film, quando agli spettatori sarà già abbastanza chiara la commistione tra ruoli e umori, Lino Banfi (al quale l’età ha donato una dolcezza soprannaturale) rivolgendosi a Pio D’Antini e Amedeo Grieco chiede: «Perché vi incavolate tra voi? Ritrovatevi. Solo insieme potete fare qualcosa di unico. Unire giovani e anziani, ricordi e sogni». Oltre ogni esigenza di copione (una casa di riposo per anziani affetti da malattie neurodegenerative è costretta a ospitare una comunità di recupero per ragazzi affetti da dipendenze), nella battuta che Banfi sembra porgere come spunto di riflessione per una società davvero inclusiva, Oi vita mia trova il senso della sua inattesa e sorprendente saggezza.Solo chi ha avuto a che fare con anziani affetti da demenza – ima condizione che spoglia innanzi tutto della dignità personale -, può capire fino in fondo l’utilità sociale di questo film, la cui struttura favolistica poggia su temi estremamente attuali, anzi drammatici. Affidare alla risata ciò che la verità non rende più, perché assuefatti alla sua narrazione. La risata, invece, è ancerta come gli uomini, ecco perché una risata arriva prima di qualsiasi altra cosa. Oi vita mia, debutto alla regia del duo comico foggiano, non è solo credibile ma opportuno. Con un registro finora estraneo ai due, affronta argomenti che proprio nell’acme dell’ilarità incontrano il sacro che abita in ogni fragilità.Struggente la scena in cui Amedeo, capitano degli anziani disposti in fila per giocare alla bandierina, cambia di posto Banfi a seconda del numero che viene chiamalo: «Ma se non ti ricordi qual è, non me lo dire» lo rimprovera Banfi. E Amedeo lo asseconda: «Hai ragione, è colpa mia». La sceneggiatura adotta il più efficace dei protocolli (non scritti) cui devono attenersi parenti e assistenti delle persone affette da Alzheimer, ovvero la tendenza a interagire con l’universo parallelo che chi ha perso la memoria prova a costruirsi. Il film in alcuni tratti lo fa con genialità, come quando Banfi per opporsi alla caducità riprende qualsiasi cosa lo circondi, mentre Amedeo lo racconta a Pio con la canzonatura nostalgica del Nerozzi in Amici mei: «Riprende tutto quello che gli succede, così non dimentica».Abbandonato l’archetipo dei poli opposti (l’amico buono che ritrova quello cattivo e viceversa), Pio e Amedeo si cimentano con una sceneggiatura strutturata, plausibile. In uscita il 27 novembre, distribuito da Piper- Film e prodotto da OurFilms, il film girato a Vieste e sul gargano, sembra evocare una svolta nella carriera del duo, che soprattutto in questa prova pare lontanissimo dai cliché caricaturali che ne hanno messo in discussione il talento.Eppure, per riconsiderare le potenzialità di questi attori, basterebbe andarsi a riguardare le interviste sotto forma di agguato ideate per TeleNorba e poi traslocate a Mediaset (Le Iene): lì ci sono tutto l’amaro sarcasmo e la satira anarchica di cui sono dotati quando non si lasciano andare in scelte discutibili.Una capacità di radicalizzare l’ironia che in Oi vita mia emerge evidente: «Ueee mongoloide», Amedeo appella Pio in presenza di un ragazzo Down, mentre un ospite della comunità fa notare «si dice diversamente abile». E no, «perché i ragazzi Down sono diversamente abili, mentre lui – sempre rivolto a Pio – è proprio mongoloide».Una battaglia anticonformista condotta soprattutto da Amedeo Grieco, contro luoghi comuni e ipocrisie politically correct che hanno privato la lingua corrente della spontaneità che rendeva la vita meno aggressiva: altra analogia con Amici miei, quando la ricerca delle parole più adatte (non corrette) produce la scena cult in cui Gastone Moschin, nel sottopasso della stazione di Firenze, s’interroga «come stiamo bene insieme, perché non siamo nati finocchi?»È paradossale come a Pio e Amedeo servisse uscire dal cono d’ombra di registi pluripremiati dal botteghino e da copioni basati sulla conflittualità chiaro-scuro (Nord senz’anima, Sud cuore d’oro). L’incontro tra la condizione angelica di un gruppo di anziani senza memoria e un gruppo di giovani apparentemente senza futuro, genera un terremoto che risponde prioritariamente alla bellezza della vita, all’uso positivo che potremmo farne ogni giorno. Forse per questo la fotografia di Emanuele Pasquet insiste molto su Vieste (set prevalente) e sulla sua irriconoscibile armonia, giacché le riprese sono state effettuate a maggio, lontani dall’ossessiva calca turistica. Andate a vederlo, ridere riflettendo vale più che ridere e basta.


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