“Avevo bisogno di soldi e mi rivolsi a un amico, Vito Martiradonna. Frequentavamo lo stesso barbiere e sapevo che lui aveva disponibilità. Mi diede

“Avevo bisogno di soldi e mi rivolsi a un amico, Vito Martiradonna. Frequentavamo lo stesso barbiere e sapevo che lui aveva disponibilità. Mi diede 6mila euro e dopo quattro mesi glieli restituii, ma senza pagare altro”: il comico barese Gianni Ciardo ha escluso categoricamente di essere stato vittima di usura da parte del pregiudicato detto “Vitino l’enèl”, ex cassiere del clan Capriati poi diventato il re delle scommesse online (e per questo condannato).Chiamato come testimone nel processo a Martiradonna, Ciardo ha parlato di amicizia nata dal barbiere e consolidata dal fatto che lui «veniva ai miei spettacoli». «Conoscevo anche Tommy Parisi — ha detto all’uscita dal tribunale — pure lui veniva a vedermi a teatro. Per la mia attività sono amico di tutti, dal chirurgo al fruttivendolo». In aula Ciardo ha ricordato come nel 2016 si trovasse in difficoltà economiche, «perché nel mio lavoro un mese guadagni tanto e il mese dopo niente». «Vito mi disse: “Ti serve qualche cosa?” e io risposi “magari…”. Mi diede 6mila euro e io firmai quattro assegni a garanzia, ma lui poi non li incassò perché gli restituii tutto».Una versione che non coincide con quanto dichiarato da Ciardo alla Guardia di finanza durante le indagini, quando disse che a Vitino restituì tre tranche da 1.250 euro ciascuna e doveva darne ancora un’altra della stessa entità per arrivare alla somma di 6mila 600 euro. Tale incongruità è stata fatta notare dal pm Marcello Quercia e ribadita dal giudice Marco Guida, ma il comico è rimasto fermo: «Seimila ho ricevuto e seimila ho ridato».Insieme con Martiradonna sono imputati Francois Russo e Vittorio Russo, accusati — a vario titolo — di usura, truffa per la vendita di diamanti e orologi falsi, ricettazione e contraffazione. Per la Procura, Vitino sarebbe stato uno specialista della vendita di diamanti contraffatti. In almeno due occasioni si sarebbe fatto pagare 50mila e 10mila euro per pezzi che erano semplici vetrini.
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