L’Italia degli stipendi a due marce: la Capitanata è la 94esima provincia e la penultima in Puglia

C'è una ricerca che ogni anno analizza le retribuzioni in Italia, a livello regionale e provinciale, è che restituisce la fotografia aggiornata de

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C’è una ricerca che ogni anno analizza le retribuzioni in Italia, a livello regionale e provinciale, è che restituisce la fotografia aggiornata del mercato del lavoro e delle sue profonde differenze territoriali. Si tratta di ‘Geographic Index Report’ dell’osservatorio JobPrincingNel 2024 la Retribuzione Globale Annua si è attestata a 32.402 euro, segnando un aumento del 3,1% rispetto all’anno precedente. Un dato che conferma una tendenza positiva iniziata dopo un lungo periodo di sostanziale stagnazione: nel 2022 l’aumento era stato del 3,3% e nel 2023 del 2,0%. In tre anni, dunque, il ritmo di crescita salariale sembra essersi rimesso in moto, restituendo un segnale di dinamismo al mercato del lavoro.Tuttavia, il confronto con l’inflazione mostra un quadro ben diverso. Negli ultimi dieci anni gli stipendi sono aumentati complessivamente del 9,5%, a fronte di un’inflazione del 20,8% nello stesso periodo. In termini reali, il potere d’acquisto delle famiglie italiane si è quindi ridotto in maniera sensibile: la crescita dei salari, pur presente, non è stata sufficiente a compensare l’aumento del costo della vita. A risentirne sono soprattutto le fasce più fragili della popolazione, per le quali la capacità di spesa si riduce di anno in anno, incidendo sui consumi interni e sulla qualità della vita.Le differenze territoriali restano uno degli elementi più evidenti emersi dal Geography Index 2025. Solo sette regioni su venti e 23 province su 107, registrano retribuzioni medie superiori al dato nazionale, a conferma di un’Italia divisa. La Lombardia guida ancora la classifica regionale, seguita da Lazio e Trentino-Alto Adige, mentre Basilicata, Calabria e Molise occupano gli ultimi posti. A livello provinciale, Milano consolida il suo primato con una Rga media pari a 38.544 euro, davanti a Bolzano, Trieste, Roma e Genova. Nella parte alta della classifica si segnala anche la presenza di numerose province dell’Emilia-Romagna e della Lombardia, tra cui Bologna, Parma, Modena, Piacenza, Monza e Brianza, Brescia e Bergamo. Sul fronte opposto, chiudono la graduatoria Ragusa, Crotone e Cosenza, che confermano il persistente divario retributivo del Mezzogiorno rispetto al resto del Paese.Negli ultimi anni, però, si osserva un trend interessante: le regioni del Sud e delle Isole stanno crescendo a un ritmo più sostenuto rispetto al Nord. Dal 2015 al 2024 l’aumento medio delle retribuzioni in queste regioni è stato del +12,8%, contro il +9,0% di quelle settentrionali e l’11,7% di quelle centrali. Questo andamento ha contribuito a ridurre, seppur lentamente, il divario retributivo, passato dal 18,6% del 2015 al 14,7% nel 2024. L’analisi del potere d’acquisto accentua ulteriormente queste differenze. Il Veneto è la regione che negli ultimi dieci anni ha subito la perdita più rilevante: gli stipendi sono cresciuti appena del 4,5%, mentre l’inflazione ha raggiunto il 21%, con un saldo negativo del 16,5%. Anche regioni tradizionalmente forti come Lombardia ed Emilia-Romagna hanno performato peggio della media nazionale, a dimostrazione di come l’aumento del costo della vita stia penalizzando anche i territori economicamente più solidi. Con una media di 29.067 euro, la Puglia è 16esima su venti regioni.Fanno eccezione soltanto alcune realtà del Sud. Province come Reggio Calabria, Campobasso e Potenza hanno infatti visto crescere le retribuzioni a un ritmo sufficiente a compensare l’aumento dei prezzi, mantenendo così stabile il reddito reale dei lavoratori. Ma si tratta di casi isolati, che non modificano un trend generale di perdita di potere d’acquisto.Il Geography Index 2025 mette dunque in evidenza un’Italia a due velocità: da un lato una crescita retributiva che segna la fine della stagnazione, dall’altro la difficoltà a colmare divari territoriali profondi e a recuperare il potere d’acquisto eroso da un decennio di inflazione. Per le imprese e per le istituzioni, la sfida è oggi duplice: garantire stipendi in linea con le competenze richieste da un mercato sempre più competitivo e, allo stesso tempo, preservare la sostenibilità economica dei redditi in un contesto di prezzi elevati.Il report misura l’impatto dell’andamento inflattivo e di quello retributivo nel lungo periodo, per verificare quali sono le province con il maggior guadagno e la maggior perdita di potere d’acquisto. In funzione della disponibilità dei dati dell’inflazione sono state selezionate 40 province, che includono quelle con il maggior numero di occupati nel 2024 e i capoluoghi di regione. Questa graduatoria non punta a identificare dove il potere di acquisto è maggiore, ma in che misura è migliorato o peggiorato negli ultimi dieci anni. Le retribuzioni prese in considerazione per calcolare le medie
provinciali sono quelle delle persone che lavorano in quella provincia, anche se non ci vivono.Con 27.930 euro la retribuzione globale annua in provincia di Foggia – da 90esima a 94esima posizione – la Capitanata è quinta di sei province pugliesi. La media in Puglia è 28.886. Sotto questo punto di vista la migliore è la Bat, 69eisma in classifica e con cinque posizioni guadagnate, con 29.509 euro. A seguire Bari (che perde due posizioni), Brindisi (+3) e Lecce (+4). Ultima è Taranto. 

Il reddito globale annuo nelle provincie della PugliaCosì Matteo Gallina, responsabile dell’osservatorio JobPricing: “L’analisi dei territori italiani mette in luce come i livelli salariali medi a livello locale siano condizionati dalle grandi differenze nel tessuto economico, nella composizione occupazionale e nel costo della vita che caratterizzano le diverse aree del nostro paese. Non sorprende, quindi, che le aree a maggiore vocazione manifatturiera, con prevalenza di Pmi e grande concentrazione di figure operaie, nella classifica retributiva siano “indietro” rispetto a province nelle quali si concentrano grandi aziende, multinazionali con maggior concentrazione di “white collar”, settori maggiormente “ricchi” o tessuti imprenditoriali più forieri di opportunità lavorative, come Milano, Roma e i principali capoluoghi di regione del Nord Italia. Le regioni e la maggior parte delle province del Nord, come era lecito attendersi, superano in termini retributivi il Centro e il Sud, con poche eccezioni. Stiamo tuttavia assistendo ad un lento ma costante recupero delle province del Sud, che stanno pian piano riducendo il gap rispetto a quelle del Nord”.


 

 

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