L’Ultima Mezzaluna

L’Ultima Mezzaluna – La Battaglia di Tremiti contro l’Armata di Solimano Tremiti, 5 agosto 1567 Il sole non era ancora sorto, e l’aria del mat

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L’Ultima Mezzaluna – La Battaglia di Tremiti contro l’Armata di Solimano
Tremiti, 5 agosto 1567

Il sole non era ancora sorto, e l’aria del mattino portava con sé un silenzio sospeso, interrotto solo dal fruscio leggero delle onde contro gli scogli. Era il giorno di Santa Maria della Neve. Dopo il mattutino, un gruppo di giovani monaci guerrieri era uscito dalla chiesa di San Nicolò per prendere il fresco sui sedili di pietra davanti al portale. Si parlava sottovoce dell’Armata turca, le cui voci e timori correvano ormai da settimane.

All’improvviso, nell’alba che lentamente rischiarava il mare, apparvero vele verso il Fortore. Qualcuno mormorò che fossero pescatori. Ma Don Pietro Paolo de Ribera, con lo sguardo fisso sull’orizzonte, replicò freddo:

«In tempo d’Armata, nessun pescatore osa farsi vedere in queste acque.»

Man mano che il giorno cresceva, le vele si moltiplicavano. Non erano poche barche isolate, ma una marea di legni. Un brivido corse tra i presenti: era l’Armata di Solimano. Cento galere, nere e imponenti, orceavano lentamente, fino a volgere la prua verso le isole.

I tamburi rullarono. Le bandiere furono spiegate al vento. I monaci indossarono le armi, i soldati corsero ai bastioni. Ognuno prese posizione: il destino della fortezza si sarebbe deciso di lì a poco.

Quando la Capitana turca fu a tre miglia, tuonò una cannonata. Alcuni gridarono che l’attacco era cominciato, ma Ribera scosse il capo:

«È un saluto di parata. Vogliono che rispondiamo con un colpo a salve, come si fa con gli amici.»

Ne nacque un acceso dibattito: c’era chi temeva di offendere Venezia rifiutando l’ingresso all’Armata, e chi pensava che non accogliere i turchi avrebbe scatenato la loro furia. Alla fine, Ribera parlò con voce ferma:

«Meglio morire da cristiani, che vivere da traditori. Questa Madonna che ha protetto le isole per secoli non ci consegnerà oggi nelle mani degli infedeli.»

Fu deciso: si sarebbe sparato per colpire, non per salutare.
Il bombardiere veneziano, maestro Giuliano, prese posizione alla torre del Pennello. Il primo colpo passò alto sopra la Capitana, il secondo sfiorò l’acqua accanto alla prua, sollevando un getto che bagnò i marinai nemici. Al terzo, il comandante turco fece virare la nave, cercando riparo dietro la Ripa dei Falconi.

L’Armata si mosse in formazione di mezzaluna, cinquanta galere per schiera, la Capitana al centro con la sua alta poppa dorata, accecata dal sole del mattino. I monaci e i soldati attesero, pronti a fracassare ogni legno che si fosse avvicinato. Ma i turchi, invece di sferrare l’assalto, decisero di cingere d’assedio la fortezza.

Le cinquanta galere centrali si disposero tra San Nicolò e l’isola deserta di Pelagosa, le altre si spinsero verso Manfredonia. Alcune, arenate, furono abbandonate dopo vari tentativi di recupero. La cavalleria del Viceré di San Severo cominciava ad avvicinarsi.

Intanto, sull’isola di San Domino, gli uomini sbarcati devastavano vigne, frutteti e giardini. Profanarono la chiesetta, oltraggiarono le immagini sacre, cacciarono i cinghiali per farne cibo agli schiavi cristiani incatenati nelle stive. Dai loro rifugi dietro gli scogli, i turchi chiamavano i monaci alle trattative:

«Arrendete la fortezza al Gran Signore! Vi lasceremo andare liberi, bandiere spiegate, e vi colmeremo di doni!»

La risposta fu secca:

«Se volete provarci, venite. Ma prima che il vostro piede calchi questa roccia, il mare si tingerà del vostro sangue.»

Per tre giorni, sotto la protezione della Madonna, la comunità resistette. Monaci e soldati si confessarono, si comunicarono, recitarono le litanie pronti al martirio.

Infine, vedendo che le difese non cedevano e che rinforzi cristiani stavano arrivando dalla terraferma, l’Armata turca levò l’ancora. Lasciò dietro di sé legni incagliati, artiglieria e bottino, parte del quale fu donato alla Madonna delle Tremiti. La leggenda racconta che i due moschetti ritrovati sulle galere rimasero nascosti per giorni nel bosco, custoditi come reliquie di una vittoria miracolosa.

Quel 5 agosto del 1567, le Isole Tremiti non furono solo un baluardo, ma un faro di fede e di coraggio nel cuore del Mediterraneo.
Eppure, la storia non finì con il ritiro delle galere turche. I secoli passarono, il vento e il mare custodirono i segreti di quella battaglia.

Nell’estate del 1960, le onde restituirono un frammento di quella lontana epopea: quattro cannoni emersi dal silenzio dei fondali. Il professor Zorzi, del Museo Civico di Verona, insieme ad altri studiosi, ne condusse lo studio. Quelle bocche di fuoco, corrose dalla salsedine, raccontavano ancora la furia dello scontro, come voci antiche riemerse dal buio per confermare ciò che la cronaca di Don Pietro Paolo de Ribera aveva tramandato.
Speriamo un giorno di vedere anche i cannoni del Brigantino Austriaco naufragato a Tremiti nel 1825 da me scoperto.
ing. Michelangelo De Meo

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