Rebus regionali, impasse centrodestra. E in Puglia Decaro si sfila

Solo 48 ore fa in Puglia si annunciava la nascita di un campo largo regionale per le prossime amministrative. Pd, Avs e M5S si erano detti pronti

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L'europarlamentare Antonio Decaro

Solo 48 ore fa in Puglia si annunciava la nascita di un campo largo regionale per le prossime amministrative. Pd, Avs e M5S si erano detti pronti a siglare un “Patto per la Puglia 2030”. Il candidato in pectore, Antonio Decaro, però, ha deciso di puntare i piedi e andare allo scontro con i suoi partiti di riferimento. «Oggi sono il presidente della commissione più importante in Europa (la commissione Ambiente, ndr)», ha ribadito l’europarlamentare, per poi precisare: «Non sono candidato». Come da previsioni, sulla scelta dell’ex sindaco di rimanere a Bruxelles, dove ha ampie prospettive di carriera, avrebbero influito le tensioni con l’attuale governatore della Puglia Michele Emiliano e con il precedente Nichi Vendola, entrambi intenzionati a ricandidarsi nel prossimo consiglio regionale.

Se il centrosinistra si ritrova in alto mare in una regione data per acquisita, la maggioranza di governo non sembra aver trovato la strada per sciogliere i tanti nodi sulle candidature. Mentre non accenna a diminuire la tensione tra gli alleati. Domenica sera Matteo Salvini ha attaccato frontalmente Pier Silvio Berlusconi accusando i canali Mediaset di pregiudizio nei confronti della Lega, a pochi giorni dall’intervista in cui l’erede del Cavaliere sembrava propenso a una discesa in campo sulle orme paterne.

La seconda parte del vertice di maggioranza sulle regionali, che la scorsa settimana si era risolto in un nulla di fatto, si sarebbe dovuta tenere ieri pomeriggio a Palazzo Chigi ma è stata sposata di ora in ora e alla fine è stato anche cambiato il luogo dell’incontro: una cena a tarda sera a casa della presidente del Consiglio, così da evitare fughe di notizie e resoconti nei telegiornali della sera, anche perché le questioni da affrontare si moltiplicano. Le difficoltà della giunta guidata da Beppe Sala Milano hanno spinto il vicepremier Antonio Tajani, l’unico dei quattro leader della maggioranza a parlare ieri con la stampa, a mettere sul piatto anche la questione del capoluogo lombarddo, proponendo un candidato civico, col sostegno di Azione. Ma neanche la cena ha portato soluzioni. Il comunicato congiunto dei leader in tarda serata cominciava con la stessa frase fratta trapelare in giornata dagli staff: “Si è iniziato a ragionare”. La finiranno è ignoro però, sottolinea la scarna nota: “Il centrodestra si conferma compatto e determinato a proseguire il lavoro comune”. Il confronto dovrebbe proseguire la prossima settimana.

«Dobbiamo lavorare per vincere le elezioni, per avere i migliori candidati possibile», ha dichiarato il ministro degli Esteri. Una frase che sembra ovvia ma che in realtà racconta molto delle trattative e svela che alcuni territori sono già dati per persi. Come la Campania dove nessun partito è disposto a bruciare un proprio nome di punta (come il ministro Edmondo Cirielli) contro l’ex presidente della Camera Roberto Fico su cui alla fine il centro sinistra sembra aver trovato un accordo di massima, anche se con uno scotto da pagare a De Luca, che continuerà a dare le carte nel partito regionale. La segretaria del Pd, Elly Schlein e il leader del M5s, Giuseppe Conte, hanno incontrato ieri il governatore per “definire il perimetro del confronto programmatico sulla base dell’importante lavoro svolto in questi anni”. Mentre, secondo alcune fonti, il centrodestra potrebbe virare anche in questo caso un civico come Giosy Romano. L’attuale coordinatore unico della Zes (Zona economica speciale) per il Mezzogiorno è amico di Meloni, che lo ha voluto in quel ruolo, e non perderebbe né faccia e né incarico in caso di sconfitta.

Ma il nodo principale è sempre il Veneto: il nome per il dopo Zaia è ostaggio dei veti incrociati dei partiti e non aiuta il rapporto tra il governatore e Salvini. Già ai minimi termini, la relazione tra i due esponenti del Carroccio si è logorata ulteriormente perché Zaia non ha gradito la mossa del segretario di ricompensarlo con un eventuale ministero. Proposta che avrebbe indispettito anche Meloni, per nulla disposta a un rimpasto. E che lo stallo non si sarebbe risolto a breve lo hanno fatto capire anche fonti di Palazzo Chigi che ieri parlavano del vertice come di un «inizio di ragionamento».

Intanto almeno sulle date, altro fronte aperto nei giorni scorsi da Massimiliano Fedriga, il quadro si comincia a schiarire. L’election day, temuto da Meloni per un eventuale effetto cappotto (tutte e cinque le regioni all’opposizione) non si farà. Il presidente della Regione Marche, Francesco Acquaroli, ha firmato il decreto che stabilisce che si voterà domenica 28 e lunedì 29 settembre. Decisione che non è piaciuta allo sfidante del campo largo, Matteo Ricci (dato in vantaggio dai primi sondaggi): «Ancora una volta hanno messo i presunti interessi di partito prima degli interessi della comunità», ha commentato l’europarlamentare dem, già sindaco di Pesaro. Fedriga, dopo un faccia a faccia con la premier, ha dovuto abbozzare: «Ormai tutte le regioni hanno detto che non ipotizzano slittamenti, ora dobbiamo capire se esiste una possibilità tecnica per salvaguardare i bilanci. Chiederò a Giorgetti una norma».

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